IL GRANDE SILENZIO E I WESTERN DI CORBUCCI

Il Cinema western di Sergio Corbucci
Dopo Sergio Leone, il miglior regista di western all’italiana è Sergio Corbucci, che nella sua lunga e ricca carriera ha diretto ben 11 western e 2 parodie del genere. Il regista romano inizia a lavorare ben prima dell’avvento dello spaghetti western (Per un pugno di dollari, 1964), mettendosi in evidenza nella commedia italiana e nel peplum. Fra i film degni di nota ci sono sicuramente i sette film con Totò, tra i quali Gli Onorevoli e Totò, Peppino e la dolce vita. Nel 1965 inizia a specializzarsi nel western con Massacro al Grande Canyon dove però non si distacca dal western americano, ignorando la lezione di Leone. Il secondo western, Minnesota Clay, mostra invece le caratteristiche peculiari del western all’italiana, non apportando però ulteriori novità. I successivi nove western (caso a parte sono le due parodie), al contrario, ci mostrano un Corbucci sempre alla ricerca di innovazioni, di nuove caratterizzazioni e storie diverse. In Django (1966), il protagonista Franco Nero si presenta con una sella a spalle e una bara a traino (dall’ignoto ma importante contenuto). In questo film che ebbe un enorme successo si nota subito la vena dark e violenta di Corbucci ed una caratteristica che ritroviamo anche in altre sue pellicole, quella del pistolero menomato: Django, in questo caso, arriverà al duello finale con entrambe le mani spezzate. Il finale di Navajo Joe (1967), oltre a presentare le caratteristiche drammatiche di altri western di Corbucci (non ci sono vincitori), propone l’originalità assoluta di un protagonista indiano, cosa mai più ripetuta nel cinema italiano, nel quale gli indiani sono pressoché assenti persino in qualità di comprimari. In mezzo a questi due film Johnny Oro (1966), un film minore e convenzionale.
Interessante invece I Crudeli (1967), in cui Corbucci presenta un road-movie che utilizza come mezzo di trasporto il carro della famiglia del colonnello Jonas. All’interno del carro, custodito in una bara (ritornano gli elementi macabri), è nascosto un illecito bottino. Anche in questo film il finale è drammatico, ma non privo di speranza. I western di Corbucci hanno avuto anche un filone politico-rivoluzionario: in modo esplicito con Il Mercenario (1968) e Vamos a matar companeros (1970), metaforico con Gli specialisti (1969) e parodistico con Che c’entriamo noi con la rivoluzione? (1972). Fuori da tutti gli schemi è J & S Storia criminale del far west, simpatica trasposizione western di Bonny & Clyde con un finale invece semplice. Nel 1975, infine, dirige il suo ultimo western: Il bianco, il giallo, il nero, parodia in onore al genere western in via di estinzione. A metà di questo percorso, nel 1967, Sergio Corbucci gira il suo capolavoro: Il Grande silenzio, il suo film più completo che racchiude tutto il suo cinema, andando per certi versi oltre: il finale è senza speranza, ritorna la particolarità del pistolero menomato (come in Django e Minnesota Clay) e c’è anche lo sfondo politico.

Il Grande silenzio - analisi del film
(Attenzione: contiene rivelazioni sul finale del film)
Sergio Leone aveva già rovesciato molti dei canoni del western classico introducendo notevoli innovazioni quali un aumento considerevole della violenza e dell’amoralità dei protagonisti, l’inserimento di personaggi femminili dalla forte personalità e l’uso della musica come elemento in profonda interazione con le immagini. Sergio Corbucci è andato oltre. Il Grande silenzio è l’antitesi del western americano in virtù del coraggioso rovesciamento di un ulteriore tratto caratteristico: l’happy end. I protagonisti del film, ispirato a fatti storici, sono spietati bounty killer (categoria già protagonista in Per qualche dollaro in più) che cacciano inermi banditi, e un pistolero solitario, Silenzio, che cerca di rendere giustizia ad una legge sbagliata. Ma “…non si può da soli lottare contro la violenza” e il pistolero muto soccomberà alla legge del più forte. Il momento più interessante del film è il non-duello finale fra Tigrero e Silenzio, che avviene contro ogni regola d’onore del vecchio western, data la vigliacca intromissione del terzo incomodo. Non-duello che si parzialmente svelato dalle musiche che lo accompagnano, solenni e drammatiche anziché di sfida. Il film è comunque costantemente permeato di pessimismo, confermando la natura dark dei western di Corbucci: croci, cadaveri, un clima crepuscolare e la neve. Non dimentichiamoci della neve, poiché un altro elemento rivoluzionario de Il Grande silenzio è la candida ambientazione montana di Cortina D’Ampezzo. Per non disturbare il silenzio delle montagne, Ennio Morricone compone una colonna sonora con prevalenze di archi, chitarre e sitar ed abbandona la tromba ad eccezione della sequenza in cui, armato di frusta, Tigrero dà la caccia a un bandito. Sequenza atipica anche per l’alternanza di inquadrature dal basso (su Kinski a cavallo) e dall’alto (sul bandito a terra) in netto contrasto col resto del film, nel quale Corbucci utilizza prevalentemente opprimenti inquadrature dall’alto, quasi a rimarcare l’imponenza delle montagne. Il personaggio principale del film è Silenzio, un pistolero muto. Questa caratterizzazione, a quanto riferisce Corbucci in un’intervista d’epoca, è da attribuire addirittura a Marcello Mastroianni, che ebbe questa idea originale durante un incontro informale col regista stesso. L’interprete doveva essere Franco Nero che però era occupato nel Camelot di Joshua Logan. La scelta ricadde quindi, probabilmente grazie alla coproduzione francese, su un grande attore sicuramente anomalo per uno spaghetti western: Jean-Luis Trintignant, il cui apporto non si limitò alla sola recitazione. Pare infatti che Corbucci, alla ricerca di un finale sovversivo, fu consigliato proprio dall’attore francese per la bellissima chiusura del film. Finale che fece tremare i produttori italiani, intimoriti a tal punto da imporre a Corbucci di girarne un altro, meno violento. Il regista li accontentò alla sua maniera, girandone uno volutamente brutto e quasi comico in modo da costringere i produttori a tornare sui propri passi. Un’altra caratteristica del personaggio di Silenzio è la sua strana arma, una Broomhandle Mause 9mm, pistola semi-automatica fabbricata dal 1896 al 1936 in Germania che ha come particolarità il caricatore davanti al grilletto, una lunga canna ed il manico simile ad un ramo di ginestra da cui il nomignolo di “Broomhandle”.
L’antagonista di Silenzio è Tigrero, uno dei più spietati personaggi della storia del cinema western, con le fattezze di un fantastico Klaus Kinski, attore invece abituale negli spaghetti western. Tigrero non è il solito bandito collerico interpretato dall’attore tedesco, ma un criminale tanto crudele quanto trattenuto e sarcastico (grazie soprattutto al doppiaggio di Giancarlo Maestri). Sì, sarcastico e talvolta ironico: “Sembrate un allevatore di maiali, ma con quella stella sembrate un allevatore di maiali che si è messo a fare lo sceriffo”. Caratteristico anche il suo abbigliamento costituito da una pelliccia da donna e da una sciarpa che gli copre il capo sotto un cappello da prete.
Ci sono altri due personaggi importantissimi nel film che servono a definire meglio il contenuto politico de Il Grande silenzio. Sono Gedeon Corbett, interpretato da Frank Wolff, lo sceriffo ligio e ferreo nel far rispettare la legge, ma anche goffo e impacciato, e Pollicut l’usuraio (interpretato da un grandissimo Luigi Pistilli), rappresentante di un sistema di legalità che, inneggiando all’ordine costituito, semina morti e raccoglie dollari (chiara accusa alla politica americana). Una legge del più forte di fronte a cui la giustizia si trova in ginocchio, ferita e disarmata.
Il film fu girato nel 1967, un’annata poco nevosa che costrinse la produzione ad integrare il paesaggio con neve artificiale. L’uscita però avvenne soltanto nel Natale del 1968, aggravata da un divieto ai minori di 18 anni certamente non benefico per il successo del film. Il tempo ha consacrato questa pellicola conosciuta in tutto il mondo, grazie anche a molte edizioni in dvd in paesi come Francia, Germania, Giappone e Inghilterra, come uno degli spaghetti western più belli di quella magnifica stagione.