INTERVISTA AD ENZO G. CASTELLARI



Siamo ad un festival che rivaluta un cinema di trenta anni fa che per molto tempo è stato dimenticato. Oltre a questo fra pochi giorni andrà a Cannes. Avrebbe mai pensato ad una cosa del genere?
Di festival ce ne sono stati diversi. Devo dire che l’interesse per i nostri film si è acuito adesso, ha molti più appassionati, però non è che ne abbia persi tanti durante la strada per cui ci sono stati molti incontri come questo che soprattutto mi hanno dato la possibilità di incontrare gli altri colleghi che durante la professione non avevo mai incontrato.

Parliamo del film visto ieri sera: “Il grande racket”. Come nasce questo film?
Nella nascita c’entro solo come nome del regista che piaceva a Lombardo e piaceva al produttore. Fui chiamato da loro, il produttore era Galliano Juso, il soggetto mi piacque immediatamente, la sceneggiatura era di De Rita e Maiuri con i quali poi ho collaborato per la stesura definitiva. Era una bella storia, poi parlare del racket in quel momento…

Infatti molti dei suoi polizieschi criticano l’inefficienza delle forze dell’ordine e della magistratura. Ha mai avuto problemi per questo?
No, né con la polizia, né con la magistratura e né ovviamente con la politica. L’unica cosa che mi ha sempre “divertito” è che io ero considerato un gran fascistone perché c’è il protagonista che si ribella e che si vendica. Allora partiamo dall’inizio “Il cittadino si ribella” per il quale sono stato tacciato di essere un estremista di destra: se io vado in banca sto facendo un deposito, mi rubano i soldi, mi prendono a calci, mi prendono come ostaggio, poi non solo vanno a casa mi bruciano casa, “eh! me ‘ncazzerò no?”. Se questo vuol dire essere fascisti, sarò fascista.

Prima del poliziesco, molti film western. Alla fine, qual è il genere che le piace di più?
western, western.

L’horror invece non le piace? Né farlo né guardarlo?
No, non lo guardo e non lo faccio, come sapete, però ho la gioia e il piacere di aver dato la chance a Fulci di diventare quello che poi è diventato, il maestro dell’horror, perché per “Zombi 2” i produttori mi sono stati per due o tre mesi dietro ma io gli dissi subito “no, non lo so fa’, non mi piace” e loro a convincermi “ma dai uno che gira come te pensa come potrebbe fare un horror”. Alla fine che stavo quasi per accettare mi dissero che avevano trovato lui, che poi stava poco bene e non lavorava da tempo. Fulci era un personaggio straordinario, di un intelligenza unica, una cultura fantastica, un grande amico e quindi sono strafelice che il mio rifiuto abbia permesso a Lucio di realizzarsi.

Negli anni 70 il genere western si è ormai tramutato nella parodia di se stesso. Invece nel 1976 arriva “Keoma”, uno dei più bei western italiani e mio avviso il suo miglior film.
Anche a mio avviso.
Come è nato?
“Keoma” è nato con un soggetto che Luigi Montefiori porta a Manolo Bolognini, il produttore. Lui lo porta a me e io lo do a Franco (Nero, ndr). Io stavo finendo “Il grande racket”, Franco stava girando “21 ore a Monaco” quello sull’attacco dei palestinesi alle olimpiadi. Il soggetto ci piacque infinitamente, sulla sceneggiatura non ho collaborato dall’inizio facevo di solito, ma ci arrivò durante i primi giorni di girato e non mi piacque assolutamente. Allora strappai il copione e cominciai a inventare giorno per giorno. Il soggetto c’era perché la storia di Gigi era bellissima e allora c’è stato questo regalo personale cioè la possibilità di esprimermi giornalmente su tutto quello che amavo di più del cinema. Per esempio Elia Kazan con i suoi flashback: ho goduto nell’essermi ricordato di aver amato tanto il film di Kazan dove c’era questa tecnica di immergere il protagonista nei suoi ricordi. Cioè ho copiato tutti, nella realtà, tutti i grandissimi, però con l’omaggio di un amante del cinema ed ho realizzato quello che a me piaceva con il mio stile ma con l’ispirazione dei classici.

Complimenti, perché alla fine risulta un film molto strutturato
Il soggetto c’era, ma la sceneggiatura assolutamente no! Però l’ho realizzato con la fiducia massima da parte del produttore e soprattutto degli attori perché Franco e William Berger ogni tanto mi chiedevano “questa scena che è? e dopo?” “boh, e che ne so!”. Tant’è vero il personaggio di Woody Stroode nacque per caso: passò per Roma e venne in ufficio per salutare Bolognini con cui aveva fatto un film in precedenza e quando lo vidi dissi “mettiamolo nel film” “che fa? non c’è il ruolo!” “ci sarà! preoccupati di tenerlo qui con noi tutto il tempo”. Lo misero in un alberghetto di fronte a Villa Borghese e tutte le mattine era con noi sul set e credo che il mio oscar sia stato un suo commento: lo vedevo mentre inventavo il suo ruolo giorno per giorno e lui camminava e mi stava sempre dietro quando impostavo la scena e poi alla fine quando ci siamo salutati mi ha detto “te sai chi mi ricordi?...John Ford”. Questo è il mio Oscar.

Ha fatto l’attore in “Piano 17” che è stato un riuscito tentativo di noir autoprodotto. Degli ultimi film di genere italiani quali le sono piaciuti?
Eh, se l’avessi visti! Non è un punto fermo o di ribellione o di critica. Io mi sono creato con il cinema italiano ovviamente, sono nato con un padre regista e produttore quindi da bambino frequentavo il set, per me la mia tecnica è quella del cinema italiano. Però come spettatore ho visto solo cinema americano. Infatti i miei colleghi quando l’incontro a questi festival capita che mi chiedano “tu hai visto il film mio?” “no!”. Tant’è vero che a Venezia quando c’erano i King’s of the B’s c’era Cannibal Holocaust e allora Ruggero (Deodato, ndr) “vieni stasera che c’è Quentin?” “vengo, così lo vedo!” “come? non hai mai visto il mio film?”. Non l’ho mai seguiti. Ovviamente Scola, Monicelli, Visconti, i massimi, ma dei miei colleghi praticamente non ho visto nulla. Anche perché era nata una specie di imitazione dei miei film, dopo il mio successo prima nel western e poi nei polizieschi. Tant’è vero che un direttore di produzione mi disse che quando usciva un film mio, lo andavano a vedere e il giorno dopo già stavano impostando un film sull’imitazione del mio.

I polizieschi del ’70 avevano successo perché erano lo specchio del clima rovente dell’epoca. Se si dovesse fare un poliziesco oggi andrebbe attualizzato?
Basta che leggi il giornale e scrivi la sceneggiatura. Io sto preparando un poliziesco. Inizialmente volevo fare un remake di me stesso, rifare “Il cittadino si ribella” perché quello che era allora oggi è accentuato all’ennesima potenza. Però risulta difficile. Ne stiamo preparando uno simile ma più violento. Perché aumentare la violenza? io credo sia per lo spettatore. Siccome io giro i miei film per me come spettatore ogni film è il mio ma è il mio come spettatore cioè è quello che mi piace. Io ho la fortuna straordinaria di essere un autore che decide la sceneggiatura, l’inquadratura e la recitazione degli attori ma lo faccio per me, per me spettatore. Creo ogni giorno qualcosa che a me piace, quindi è il mio film come spettatore prima, e poi come regista. Oggi c’è la paura sull’uscio. Se io la risolvessi, almeno durante la proiezione, darei una speranza a tutti gli oppressi, i prevaricati, i ricattati. Sono convinto che oggi sia il momento opportuno.

Il cinema di Tarantino è debitore al cinema di Castellari, quello di Castellari a chi è debitore? Quali sono stati i suoi punti di riferimento?
Dal punto di vista delle inquadrature, quelle che poi sono state dette le “castellarate” Sam Peckinpah, non importa dirlo, del “Mucchio selvaggio” non ho lasciato un’inquadratura, gliel’ho copiate tutte. Il suo senso del ritmo usando il rallenty è straordinario. Perché lui intercala i rallenty con un ritmo crescente però senza rallentare e ti da un ritmo ossessivo, è un regalo all’immagine e alla sensazione che crea sullo spettatore che solo col rallenty si può fare. Nella presentazione del mio ultimo film m’hanno detto “eh, ma non ci sono i rallenty?” “dopo lo vedrai nel film”. Poi c’è un film “A sud ovest di Sonora”, “The Appaloosa” il titolo originale, di Sidney J. Furie con Marlon Brando e John Saxon, un western. Questo mi ha regalato la possibilità di capire come dovevo girare io col Cinemascope larghissimo. Prima c’era ovviamente lo schermo più stretto faccio un primo piano e mi rientra nel quadrato, ma quando sei col Cinemascope e devi fare un primo piano, o gli lasci tutto lo spazio a destra o tutto a sinistra o centrale peggio ancora. Invece l’intuizione di J. Furie è di occupare lo schermo interamente da un'altra cosa, dal sombrero per esempio, e lasciare il quadrato finale al primissimo piano e la tua attenzione va al primissimo piano. Quindi questo principio è diventato mio, ma dopo averlo copiato a Sidney J. Furie.

“Inglorious basterds” di Tarantino. Prima si era parlato di un vero e proprio remake, poi solo ispirato al suo “Inglorious bastard”. Cosa sarà veramente? Va visto. Te lo dirò il 21 mattina. Ma non può un genio come Tarantino, fare un remake, copiare. Però, pensando ai milioni, trilioni di film fatti dai Lumiére in poi, quando un genio come Quentin ne sceglie uno anche se poi è solo ispirazione, è il mio, fra milioni di film ha scelto solo il mio.

“Quel maledetto treno blindato” un film di guerra nel quale ad un certo punto ha ricevuto il divieto di utilizzare armi da fuoco. Quale fu il vero motivo? Che cosa si è inventato a quel punto?
Il vero motivo è una legge, una pazzia curiosa del governo di allora, che pensava che i terroristi o i brigatisti usassero le armi del cinema. Ma queste sono tutte modificate, hanno la canna ristretta perché si spara con la pallottola a salve e c’è bisogno di più compressione non essendoci la pallottola e quindi sono inutilizzabili nella maniera più assoluta, neanche per mettere paura. Nel cinema esce un fumetto e basta. Ce le ritirarono tutte. Io feci fare i calchi delle armi, però il produttore voleva che si mantenesse una pistola vera perché si voleva sparare, dato che perdeva i milioni per una legge assurda che gli impediva, a metà del lavoro, di finire il film. Un film di guerra senza le armi. Allora dico “fammi pensare stanotte, domani giriamo comunque, non ti preoccupare, fatemi i calchi”. L’unico permesso che avevamo era per le esplosioni, i colpi in arrivo, gli “squibs”, quelli sul corpo. Era una bombettina piccola che si mette per fare le esplosioni, siccome era permessa io l’ho messa nella canna dell’arma finta con le batterie e i fili: il povero attore doveva tenersi una batteria pesantissima dietro e poi azionare il contatto. Però così il primo colpo ce l’avevo sempre, quindi il mitra che sparava, la pistola che sparava ce l’ho sempre avuti ed io con la macchina da presa evitavo di inquadrare la bocca da fuoco. Tanto è vero che il primo piano di Bo Svenson finale che lui fa una mitragliata importante, non avendo tutti i colpi io inquadro il primo e poi stringo su di lui: un elettricista gli faceva i lampi e io da sotto gli buttavo le pallottole vuote. L’ho spiegato a Quentin e ha detto che sono un genio e vuole rifare la stessa cosa.

Ne “Il Cacciatore di squali” l’ha gonfiato di botte però con Franco Nero ha sicuramente instaurato un profondo rapporto di collaborazione.
In ogni film ci dev’essere la scena dove lo picchio perché porta bene. Infatti ne “Il giorno del cobra” gli do un cazzottone e lo butto in mezzo al pesce. Anche ne “Il Ritorno di Sandokan” televisivo, dove lui aveva questo bel personaggio di santone, io lo picchio selvaggiamente.

Come avete realizzato lo squalo, ne “L’ultimo squalo”?
Lo squalo è stato un colpo di genio di Maurizio Amati il figlio di Edmondo che per realizzarlo non prese esperti di effetti speciali ma chiamò quelli che realizzavano Giochi senza frontiere che costruiscono meccanismi incredibili e inventano giochi stranissimi. Andammo a vedere nei loro stabilimenti, scegliemmo quello giusto e ci costruì uno squalo realmente impressionante. Il mio film è costato quanto la metà del primo prototipo dello squalo di Spielberg.

E se non ricordo male fu bloccato in America?
Vedi, stai dicendo se non ricordo male. Era una cosa talmente incredibile quello che successe che non se n’è saputo nulla. Se era un film di Moretti penso che il presidente della Repubblica avrebbe sfidato a duello quello americano, sarebbe successo il casino infinito. Il mio film esce solo nella zona di Los Angeles e il primo weekend incassa due milioni e duecento mila dollari. Chiaramente la Universal che stava preparando “Lo Squalo 3” ha provato di tutto per fermarlo e poi ci è riuscita…per plagio. Gli avvocati portarono una serie infinita di dettagli: la moglie è bionda come nell’altro film, guida la Chrysler come nell’altro film, c’ha la moka invece della macchina del caffè, una serie infinita. Divertente perché andai anche in Australia a fare un processo, perché se avessimo vinto in Australia, il compratore che aveva speso già i soldi per il mio film l’avrebbe fatto uscire almeno lì. Ci fu questo processo a Melbourne e andai come testimone. Entri dentro ed è come vedi al cinema coi giudici con la parrucca. Gli avvocati: c’era l’avvocato dietro sembrava James Mason e davanti giovani superlaureati a cui lui passava i pizzini. In una delle pause mi avvicinai all’avvocato e gli dissi “io sto vivendo un sogno vedendo questo, si, sicuramente abbiamo dei contrasti ma io l’ammiro perché sembra di vivere in un film”. Era obbligato ad avere l’interprete. Un interprete che per loro era italiano, ma parlava a mala pena la nostra lingua, e mi traduceva quello che diceva l’avvocato, che io avevo capito perfettamente, in modo sbagliato e lo stesso faceva poi con quello che dicevo io.

Invece ne Il cacciatore di Squali come sono state realizzate le scene subacquee?
Il film l’ho girato tutto a Cozumel nei caraibi messicani e poi nell’isola accanto Isla Mujeres dove c’è l’unica grotta nel mondo la Cueva de los Tiburones Dormidos (La grotta degli squali addormentati) dove gli squali possono stare fermi grazie a un gioco di correnti che lo fanno respirare, perché essendo privi di vescica natatoria gli squali devono invece stare sempre in movimento. Siamo andati a girare lì, si pescava uno squalo al giorno, sto dicendo una cosa terribile per gli animalisti, però nel cinema si sono adoperate cose terribili. Lo squalo veniva catturato e poi trainato con un barchino con un guinzaglio per mantenerlo vivo e poi si giravano le scene con lo squalo morente.

I suoi film sono sempre caratterizzati da belle colonne sonore. Nella sua lunga filmografia si è avvalso soprattutto di due artisti: Francesco De Masi e i Fratelli De Angelis. Perché si è legato a questi? Qual è stato il rapporto con loro?
Con i De Angelis era più divertente, uscirono con il film di Nino Manfredi “Per grazia ricevuta”. I produttori insistevano “ah, che geni questi due ragazzini” anche perché costavano poco. Invece Francesco De Masi, un musicista vero, classico, direttore d’orchestra, straordinario, poi una persona di una bellezza interna, mi ricordo ancora gli aiuti proprio umani. Quando eravamo in sala di registrazione per qualsiasi modifica avessi bisogno lui era il mio contatto: “senti, c’è la tromba che mi copre questa battuta” e lui me la cambiava. Cambiare mentre si registrava era la cosa che amavo di più. Francesco De Masi lo amavo proprio.

Fra le colonne sonore dei suoi film ce n’è una per la quale ha pensato “questa è la musica perfetta per questo film”, cioè quella che ha dato veramente un qualcosa di più al suo lavoro.
“La battaglia d’Inghilterra” proprio di De Masi, tema principale guerresco ma esaltante.

Nel 1987 “Striker” e “Hammerhead” che però non furono distribuiti. Ce ne parla?
Striker era una richiesta. Il mio montatore Gianfranco Amicucci mi portò questo produttore a casa, lo doveva fare con Lenzi questo film, credo che sia scritto anche Lenzi quel soggetto, e mi ha chiesto a me di girarlo. Abbiamo concordato che io lo avrei girato ma non l’avrei firmato. Accettai anche perché andavo a Santo Domingo che è una bella vacanza nei Caraibi che continua ad essere il mio ideale tanto che sono rimasto li residente per anni. Quindi feci questa “rambata”, senza particolari doti, perché lo vedi, passa, ma è uno dei tanti. Però mi sono divertito a farlo.
Hammerhead è lo stesso produttore però questa volta volle che glielo firmassi. Abbiamo scritto questa sceneggiatura ed siamo andati a girarlo in Giamaica. Giamaica perché lo stesso costruttore dello squalo con cui feci “L’ultimo squalo”, si era trasferito in Giamaica e mi aveva chiamato più volte “ma se vieni qui c’è un co-produttore che vorrebbe partecipare, la film commission del posto ti aiuta” allora sono andato a fare un sopralluogo e abbiamo stabilito i contatti con questi co-produttori. Il protagonista si chiamava Daniel Greene, che l’avevo avuto già su Striker in una piccola parte, ma mi era piaciuto questo ragazzone e l’abbiamo spostato come protagonista in Hammerhead.

Per molto tempo è girata la notizia del suo ritorno al cinema western con Gli Implacabili. Che fine ha fatto questo progetto?
Ho firmato la settimana scorsa con Mediaset che si preoccuperà di trovarmi il produttore. A questo punto diventa un film televisivo per poi fare una lunga serie western per la televisione. Quindi credo che ottobre e novembre me li passerò in Almeria.

Pensa che avrà delle restrizioni per il fatto che sarà un film televisivo, probabilmente troppo violento?
Qualche cosa ci sarà sempre. Però io ricordo quando feci televisione era “Extralarge” con Bud Spencer e Michael Thomas e c’erano dei copioni già stabiliti. Li lessi e non me ne piacque nessuno dei sei già fissati “eh, no ma non si possono cambiare” “vabbé cambiate regista”. Li aveva già rifiutati Clucher e Corbucci e poi di ripiego l’hanno chiesto a me, quindi quei copioni erano già stabiliti dalla RAI. A quel punto li riscrissi e ho scritto delle cose che in televisione mai si sarebbe potuto pensare di fare, soprattutto con Bud Spencer, l’idolo dei bambini. Scrissi per esempio “Miami Killer” che era la storia di un poliziotto con la doppia personalità che uccideva bambine menomate perché aveva perso una figlia. C’era tutto un risvolto psicologico molto pauroso. Fece 11 milioni di telespettatori e c’era violenza ma non era assolutamente gratuita.

E “Caribbean Basterds”?
“Caribbean basterds” è un film fatto, comincio a montarlo quando torno da Cannes. E’ un ispirazione ad “Arancia meccanica” praticamente le impressioni che ho avuto le 77 volte che ho visto il film. Ho avuto la possibilità con questa richiesta di riportarla sullo schermo con un gruppo di giovani nuovissimi, bravissimi, bastardissimi che sono i protagonisti. Sono figli di commercianti d’armi che iniziano a contestare i genitori che hanno piscine e yacht e cominciano ad assaltare le ville e gli yacht dei collaboratori dei genitori e quindi c’è violenza e sesso. Scene di sesso che non avevo mai girato così nei miei film.