INTERVISTA A LUCIANO LUTRING

All'appuntamento a mano armata 2009 abbiamo incontrato Luciano Lutring, pittore, scrittore ed ex-bandito. Abbiamo parlato con lui della sua vita e dei film tratti dalla sua storia.

Com’era la Milano di Lutring, Cavallero e Vallanzasca?
Era una Milano che oggi come oggi non esiste più. Non c’erano a quell’epoca quei mezzi tecnologici di sorveglianza che tengono d’occhio tutto. A quei tempi c’era una Milano più di ringhiera, c’era un approccio di simpatia tra i banditi e i derubati. Perché io mi ricordo che quando andavo in banca a fare una rapina portavo via pure le cambiali e distruggendole automaticamente quelli che dovevano pagarle venivano beneficiati. E’ la Milano dei ricordi, dei navigli, del duomo, dei “marmorin” come si dice in milanese, i creduloni che credevano che le lucciole andassero con le pile, una Milano fatta di buonismo, più romantica. Le donne in chiesa entravano a sinistra, gli uomini a destra. C’era mia madre che voleva organizzarmi il matrimonio per farmi sposare la donna che desiderava lei. Badava a quegli interessi che avrebbero fatto star bene tutti, secondo lei, e io sono stato un po’ rovinato anche a causa di mia madre, dottoressa in farmacia, che non accettando mia moglie Yvonne, ha contribuito a farmi diventare quello che sono divenuto, facendomi scendere dal piedistallo del perbenismo e cadere nel baratro, in un mondo nuovo e malavitoso. Poi mi sono trasferito all’estero e sono divenuto quello che sono divenuto anche a causa di un certo Franco Di Bella, un cronista della cronaca nera di Milano, che rinvenendo nella custodia del mio violino un mitra mi ha appioppato l’appellativo di “Solista del mitra”. Il nome piaceva e sono diventato il bandito romantico.

E’ vero che la sua prima rapina avvenne per caso? che anno era?
Si, la prima rapina avvenne per caso. Mia zia mi mandò a pagare una bolletta della luce, un giorno piovigginoso del mese di novembre. Io andavo in giro con una Smith & Wesson nei pantaloni per fare il bullo di periferia: quando andavo la sera a ballare con le ragazzine volevo far sentire “l’angolare” per essere un guappo. Entrai nell’ufficio, l’impiegato non mi prestava attenzione, aspettai due minuti, tre minuti, lui stava lì a scartabellare le sue bollette. Ho dato una pugno sul banco dicendogli “allora ti muovi o no?” e facendo quel movimento si è spostata la giacca e si è vista la pistola. Questo impiegato, essendo probabilmente già stato derubato in passato, ha immaginato che io fossi li ha compiere un gesto criminoso. Lui fa “prenda, prenda, prenda” e io “prenda che cosa?” mi da un pacco di soldi perché a quell’epoca le mille lire erano grosse come lenzuola, erano dei pezzi di giornale. Mi ha dato tutto “prenda, prenda” e io ho preso tutto e da lì sono caduto. Era il 1957.

E l’incontro con la sua prima moglie?
Nel 1958 sono venuto quà nella riviera romagnola, precisamente a Cesenatico, con qualche amico per sperperare dei soldi avanzati ma rimanemmo a tasche vuote nel mese d’agosto. Approfittammo del fatto che i turisti, si tuffavano e lasciavano i soldi in macchina sotto i tappetini e rubammo in una MG di due turiste svizzere di Zurigo. Li ho trovato due valigie che contenevano corsetti, guêpière, vestitini di lamé, tutta roba d’avanguardia e in uno scompartimento anche delle belle fotografie. Ho voluto riconsegnare il tutto alla derubata e quaranta giorni dopo l’ho sposata. Quella si chiamava Yvonne.
Mia madre non gradiva quell’immagine di donna troppo sexy, troppo all’avanguardia, col cappellino con la veletta e due quagliette sulla testa, tacchi a spillo di 13 cm e mi ha buttato fuori di casa. Sono uscito di casa con la custodia del violino quella in cui poi ho messo il mitra. Poi la vigilia di Natale, io e Yvonne passeggiando in piazza del Duomo dopo la messa siamo andati al Biffy a mangiare una fetta di panettone con uno spumantino, come la tradizione milanese richiede, e uscendo a braccetto per andare a prender la macchina sotto in galleria abbiamo visto una pellicceria tutta illuminata con un ermellino bianco. Mia moglie essendo una mannequin, ha detto testualmente: “che bella, che sogno, che meraviglia”. Cosa volevi dirle era la notte di Natale, gli ho detto “prendi il taxi e vai a casa che vedo se trovo il padrone”. Dopo un ora ho sfondato la vetrina ho preso pelliccia, manichino e tutto e l’ho portata a casa.

Ci racconta quando a Salso Maggiore ha rubato i gioielli delle ragazze in concorso per Miss Italia?
E’ avvenuto il 4 settembre del 1964 quando a Salsomaggiore volevamo fare un colpo clamoroso più che pesante. Erano i gioielli di Bulgari. Miss Italia portava gioielli veri con la corona, lo scettro con ottocento carati di brillanti. Il colpo non andò in porto e ripiegammo sulla pellicceria di fronte al Casinò delle terme dove abbiamo portato via un buon bottino. Poi i giornali fecero un po’ di confusione, ma la rapina era effettivamente destinata a lasciare Miss Italia e Bulgari senza gioielli.

Le sue vicende sono state trasposte in film da Carlo Lizzani in “Svegliati e uccidi”. E’ una buona trasposizione dei fatti?
Si c’è del vero però c’è anche qualcosa che mi lascia un po’ dubbio. Per esempio mi attribuiscono la rapina di via Monte Napoleone. Però sinceramente Robert Hoffmann, Lisa Gastoni, Gian Maria Volontà nei panni del Commissario Nardone, mi sono tornati comodi per avermi fatto passare per uno sprovveduto, un ingenuo e io in quel momento avevo i processi in corso.

Poi anche i francesi fecero un film su di lei “Lo Zingaro”. Questo?
Lo hanno potuto realizzare con cose che non avrei potuto dire io altrimenti mi avrebbero prolungato il soggiorno in Francia. Lo hanno interpretato Alain Delon, Renato Salvatori ed altri nomi famosi. La regia era di José Giovanni che era stato anche lui un bandito qualche anno prima di me e poi si è messo nel campo con film come “Le deuxième souffle” (come sceneggiatore, ndr.). Lo Zingaro è stato fatto coi mezzi più moderni di quelli usati da Carlo Lizzani avendolo fatto circa diecina anni dopo, la tecnologia era più avanzata.

Ma il cinema poliziesco le piace?
Si, è interessante. Infatti dovrà uscire in questi giorni il romanzo “L’amore che uccide” e ho appena finito di scrivere “L’anello mancante” che è un poliziesco.

Come sono nate le sue passioni per la scrittura e la pittura?
Sovente il sogno si mischia alla realtà. Trovandomi certe volte in casa rivivo il mio passato. “Catene spezzate”, questo libro che ho scritto sulla mia vita: ho spezzato le catene del mio passato ma sono sempre prigioniero perché i ricordi non si possono buttare nel dimenticatoio nel giro di pochi anni. Ogni notte che vai a letto c’è sempre qualcosa che riaffiora.

Ho visto alcuni suoi quadri che rappresentavano tutti paesaggi e cavalli in corsa. Rappresentano per lei quella pace e libertà che per un lungo periodo non ha avuto?
I cavalli simboleggiano la libertà. Un cavallo in libertà è un cavallo che non vuole la sella, non vuole un padrone, non vuole un fantino, che vuole essere libero. Con i quadri ho ottenuto 180 premi a livello internazionale e 7 riconoscimenti accademici. Poi ho questi quadri lacustri che rappresentano il mio ultimo periodo, che rappresentano un po’ la pace: la pace del lago, la tranquillità, la serenità. Poi c’è la vecchia Milano dove io sono nato dalle case di ringhiera, i navigli, quella di cui parlavamo all’inizio.

Quindi la pittura e la scrittura sono state la chiave del suo cambiamento?
La chiave che mi ha aperto la porta del carcere che mi hanno fatto ottenere due grazie presidenziali una da Georges Pompidou, l’altra da Giovanni Leone. Ho scontato tredici anni di carcere. Devo dire che non ho mai ucciso nessuno, ho compiuto tante marachelle, però è venuto un po’ uno scontro con la polizia perché io riuscivo sempre a farla franca, ho fatto sette anni di latitanza, loro dichiaravano di avermi preso o circondato ma io riuscivo sempre a scomparire. La polizia mi cercava nei bassifondi, io ero negli alberghi a cinque stelle, nel lusso con signori, industriali e principi sulla costa azzurra. C’era la Callas, Onassis, questi personaggi qui, e io ero la nel mio brodo. Non che condividessi la vita con loro, ma sai la polizia non immaginava mai che io fossi in mezzo a quella gente, avevamo di me l’idea di una persona disadorna, malvestito, trasandato e con la barba lunga.

Che differenza ha trovato fra carcere francese e quello italiano?
Il carcere francese è molto più duro di quello italiano. Per esempio quando una guardia picchiava alla porta con una chiave dovevi metterti con le mani dietro la schiena e la faccia verso il muro e non la potevi guardare in volto. Quando la guardia ti dava il permesso potevi girarti, discutere o avanzare di un passo. Io sono stato condannato a 20 anni di lavori forzati. Il carcere era duro, ma potevo lavorare: facevo le carte per il catasto, per il ministero dell’interno e avevo uno stipendio molto elevato, quasi come quello del direttore. Però il carcere mi detraeva 5/10, metà dello stipendio, per mantenimento carcerario, 1/10 andava per risarcimento danni, 1/10 per spese di giustizia, 2/10 ti venivano versati sul tuo fondo di liberazione e 1/10 te lo lasciavano per comprarti il dentifricio e piccole cose varie. Io sono rientrato in Italia dopo nove anni con 18 milioni. Mentre nelle carceri italiane c’è l’anarchia totale e ho visto degli amici di sventura che sono usciti dopo 10/15 anni e non avevano nemmeno sono i soldi per tornare a casa, e un detenuto che ottiene la libertà dopo 15 anni di carcere è come un bambino che nasce, e se non gli si da un certo aiuto un certo contributo è un uomo perduto perché ricade un’altra volta.

Il suo primo libro è “Il solista del mitra” del 1966.
L’ho fatto uscire clandestinamente dal carcere della Santé, su dei rotoli di carta igienica quando andavo ai colloqui con l’avvocato. Longanesi in Italia l’ha pubblicato e Carlo Lizzani ne ha tratto il film. Dopo ho scritto altri due libri “Difesa illegittima” e “L’assassino non sciopera” e poi ho fatto qualche libro un po’ osé che mi venivano richiesti e li firmavo con uno pseudonimo femminile. Sai perché uno che legge un libro osé scritto da un bandito pensa “questo è un deficiente” invece scritto da una donna pensa “questa si che la sa lunga”. Era una cosa alquanto simpatica.

Poi i recenti “Una storia da dimenticare”, “Catene spezzate”, “Come due gocce d'acqua” e “L'amore che uccide”
si, e adesso altri due libri “L’ultimo colpo” che parla di una gang di parigini che fanno un grosso colpo di quadri in un castello dei parenti dei reali di Francia di una volta. Alla fine invece di tornare indietro gli originali di questi quadri tornano dei falsi. Io tra l’altro sono stato un grande falsario, falsificavo carte d’identità, passaporti, timbri.

Ha fatto quindi sia libri autobiografici che romanzi?
Romanzi gialli, una storia d’amore “Due gocce d’acqua” che è un bel libro, mi hanno detto che è molto sensibile però purtroppo ho un’immagine per la quale vado meglio a scrivere storie più di suspense, poliziesche, accattivanti. Come se volessero dire che un bandito come me che sono stato un bandito romantico non ha diritto a parlare d’amore.

Da Catene spezzate trarranno un film?
La Cattleya Film di Riccardo Tozzi, quella che ha prodotto la serie Romanzo Criminale, ha già acquisito i diritti d’autore e la sceneggiatura è terminata. Adesso non si sa se faranno un film per il grande schermo o sei puntate per Sky TV.

Ora è attivo anche nella solidarietà e nella beneficenza
Fa sempre piacere tender la mano a qualcuno che soffre, qualcuno che ha bisogno. Anche a me hanno concesso la libertà con le grazie, mi hanno permesso di risorgere e ritengo doveroso contribuire, dare qualcosa a qualcuno che soffre. E’ una ruota che gira.