INTERVISTA A CARLO AUSINO

Avrebbe mai pensato all’epoca di ritrovarsi dopo tanti anni in un festival di cinema di genere?
No, assolutamente anche perché trent’anni fa esisteva il festival di Venezia, il festival di Cannes, credo che non esistesse ancora il festival di Lugano, forse quello di Berlino. A livello italiano il massimo era quello di Venezia.

Partiamo col film che vedremo stasera: Torino Violenta. Come nasce questo film?
E’ nato su un specie di richiesta. Io non sapevo che cosa voleva realmente la distribuzione, perché avevo un film che non riusciva ad uscire nonostante avesse vinto un secondo premio a Trieste. Era un film di fantascienza. Mancando i circuiti come ci sono oggi era difficile poterlo collocare e la distribuzione non voleva rischiare anche perché non c’erano dei grandi nomi. Chiesi allora alla distribuzione “ma che razza di film volete in questo momento?” e loro mi dissero “tu dove abiti? A Torino? Perché non fai Torino Violenta” io “Vabbé io provo a farlo però poi lo prendete” e l’hanno preso. Devo dire che l’ho fatto un po’ così con la mano sinistra come si suol dire, non credendoci e infatti quando ho avuto un’offerta che mi ripagava di quello che avevo speso io mi sentivo già superfortunato. I fatti però poi mi hanno smentito perché nell’arco di quattro mesi questo film raggiunse un miliardo e ottocento milioni e pensando alle cifre dell’epoca era una bella somma. Avrebbe cambiato completamente la mia vita perché come produttore me ne sarebbero arrivati minimo seicento e quindi chissà le cose che avrei potuto fare. Però il mio destino è sempre di fare film con pochi mezzi e quindi sarà così fino alla fine. Anche l’ultimo Killer’s playlist me lo sono autoprodotto, ma autoprodursi per me è anche un po’ il non dover sottostare a delle richieste strane a delle imposizioni strane. Rischio in proprio e va bene così.

Il suo primo lungometraggio è un film in bianco e nero sulla resistenza “L’ora della pietà”. Come è arrivato al cinema e a quel primo film?
Devo dire che ero appassionato di cinema. A 14 anni io già facevo il cambista, non autorizzato ovviamente, ero di nascosto. Però mi permetteva di guardare i film gratuitamente e di guadagnare qualcosa. A 18 anni mentre tutti prendono la patente di guida io invece ho preso la patente da protezionista. Ma non mi bastava perché dopo aver visto una volta il film cosa facevo nelle ore che passavo in cabina? Leggevo e fantasticavo su quello che poteva essere il mio domani cioè dedicarmi alla regia e quindi fare i miei film. Quindi cominciavo a scrivere, però poi ho anche pensato “ma chi mi farà fare il regista?” non è meglio invece partire da un presupposto tecnico imparare tecnicamente a fare il film. Allora così mi sono messo a studiare come operatore di ripresa ho fatto i primi tentativi con l’8mm, ho fatto poi dei passaggi sui 16mm. Ma sempre così un po’ risicato, senza denaro. Io rinunciavo a un vestito, ho rinunciato per anni alla macchina perché tutti i soldi che guadagnavo andavano spesi per poter fare in modo che io avanzassi nel mestiere. Ho avuto dei contatti così nel campo professionale, ho cominciato a fare le prime cose, sono piaciute, tutti mi dicevano “insisti!”. Allora con degli amici che poi parte di essi sono stati confermati nei miei film successivi tipo Cannarsa, abbiamo messo insieme una certa somma e quando potevamo passavamo il weekend in montagna a girare “L’ora della pietà”. E’ uscito fuori un film da un’ora e mezzo in 16mm in cinemascope e la cosa più bella quando lo presentai a Torino io mescolato in mezzo al pubblico sentivo delle persone commentare bene il film. Dato che sul giornale era apparso un titolo “con sei milioni e cento weekend ha fatto un film sulla resistenza”, qualcuno probabilmente se l’è ricordato e ha detto in piemontese io ve lo traduco “dio mio, con sei milioni ha fatto sto film se avesse i soldi cosa farebbe questo signore”. Questa cosa mi è sempre rimasta fissa nella mia mente. Però è sempre stata la mia caratteristica professionale, non ho mai fatto i soldi con un film e non ho mai avuto soldi a sufficienza per fare un film come volevo. Io a volte sono partito allo sbaraglio perché dicevo se io lo comincio prima o poi lo finisco. E infatti le mie gestazioni di film sono sempre state molto lunghe. Non abbiamo mai fatto per esempio tre settimane di seguito perché non potevamo permettercelo oppure c’erano state delle promesse di finanziamento che poi non arrivavano.

Dopodiché ha lavorato in RAI come operatore per il Telegiornale. Questa esperienza ha influito nel suo cinema?
No, semmai il contrario. Io avevo già un’esperienza cinematografica, ero già padrone di una certa tecnica che l’ho applicata ai miei servizi del Telegiornale o nei servizi alle rubriche come Cronaca Italiana. Infatti sono stato segnalato parecchie volte con telegrammi di congratulazioni perché portavo una forma nuova nel raccontare le cose che si presentavano in televisione e questo a scapito dei miei colleghi che mi chiamavano il Fellini torinese.

I suoi due successivi lungometraggi furono due film di fantascienza “La città dell’ultima paura” e “Prima che il sole tramonti”. Come mai si buttò in questo genere che in Italia è sicuramente uno dei meno prolifici?
Mi son sempre piaciute le sfide. “La città dell’ultima paura” lo potrei paragonare al film americano “Occhi bianchi sul pianeta terra” con Charlton Heston, dove si vedeva questa New York completamente vuota abbandonata e mi son detto “è possibile fare la stessa cosa a Torino?”. C’ho messo tre anni ma ci sono riuscito. Ho delle immagini che la RAI vorrebbe acquistare di una Torino completamente deserta ma io non le mollo.

Di cosa parlavano questi due film?
Il primo film parla di un unico sopravvissuto che si salva da un’esplosione nucleare. Non c’è la distruzione, c’è la fine della vita. Parla di questo personaggio che poi alla fine è anche lui morto praticamente, ma attraverso lui possiamo vedere quale può essere il risultato di una catastrofe di questo genere.
L’altro era molto più commerciale, infatti non ebbe un grande successo. Era un po’ sul genere invasione aliena nella paludi di Càorle, una cosa molto più commerciale. Non c’era un tentativo artistico. Io seguivo un po’ i filoni di moda nel momento.

Tutti i suoi film sono girati a Torino e questo legame diventa esplicito con i suoi due polizieschi. Torino violenta e Tony, l’altra faccia della Torino violenta. Come mai questo legame così forte con questa città.
Intanto Torino è una città che si presta benissimo e le produzioni che vengono su adesso a girare lo dimostrano e poi era un motivo pratico per chi doveva spendere. Gli attori, i tecnici, una volta finito il lavoro tornavano a casa e al limite io avrei dovuto provvedere solo al pasto. Poi trovo che Torino e dintorni si prestino un po’ a tutti i generi di film.

Tony sembra un seguito ma in realtà è una visione da un altro punto di vista di uno stesso momento storico.
Si, perché volevo fare una storia un po’ più intimista. Volevo sfruttare il successo che aveva avuto Cannarsa con Torino violenta, ma il tempo fu calcolato male perché ci fu la nascita delle televisioni private. Il film non ebbe quel grande successo che doveva avere perché era nata una nuova era, quello del pubblico televisivo che non usciva più di casa.

Dagli anni 80 in poi ha realizzato innumerevoli cortometraggi. Ci parla di questi?
I cortometraggi li faccio un po’ per tenermi un po’ in allenamento. Quando posso, giro. Mi chiamano a volte per tenere a battesimo un giovane regista e faccio l’operatore o il direttore della fotografia. Mi piace a volte raccontare quelle storie brevi che mi colpiscono e quindi mi piace anche far vedere che ci sono e far sapere agli altri che sono sempre presente.
Nell’88 ha realizzato Nebuneff un horror ambientato anche questo a Torino nel museo egizio. Ce ne parla?
Non è esatto. E’ un film sulla Torino magica, chiaramente sono riuscito a girare delle scene nel museo egizio, solo che è un film che purtroppo ha delle problematiche. E’ un film che non è mai uscito tranne che in qualche visione privata e nei festival perché ho alcuni veti sulla trama perché è scritta su dei fatti reali che hanno ancora degli strascichi legali per cui non so quando lo potrò tirar fuori. Era un film anche molto ricco perché lo abbiamo girato in parte anche a Londra, siamo andati a girare al Cairo.

Aveva quindi una produzione finalmente?
No, no, sempre fatto da noi. Ci abbiamo messo un anno e mezzo a farlo e sono venute fuori due ore di film, molto spesso, molto bello.

Sahara killing è un progetto non terminato? Di cosa si trattava?
Si, non è stato terminato perché era una coproduzione tunisina. Ci sono stati problemi col produttore straniero che non ha rispettato i patti e quindi è rimasto in sospeso.

Il suo ultimo lungometraggio ci risulta “Killer’s Playlist. Sulla lista del killer”. Un ritorno al poliziesco?
Mi sono lasciato convincere da alcuni amici che volevano che rifacessi un “Torino violenta”. Mi son detto “lo rifaccio” però voglio che il protagonista sia femminile. Ho scritto questo personaggio per un attrice che ho scoperto io, ho curato io, per anni, e che mi ha dato piene soddisfazioni e ora sta continuando la sua carriera. Peccato che questo film non ha avuto praticamente distribuzione. E’ uscito bene in Piemonte: la sera della prima ci sono state 150 persone che non sono riuscite ad entrare ed era una serata a pagamento non ha inviti. E’ rimasto 15 giorni al Pathé di Torino e non è poco per un film fatto in casa.

Nonostante il genere sia praticamente escluso dai circuiti italiani lei continua a fare cinema di genere.
A me piace fare di tutto. Perché secondo me un regista deve saper fare di tutto anche i cartoni animati, perché sennò si diventa solo registi di genere ed io a dire la verità non mi considero un regista di genere. Mi considero un regista, un artigiano e basta.

Infine anche attore nel mediometraggio Calibro70 di Alessandro Rota. Ci parla di questa esperienza?
Era un po’ un cammeo. Lui è un mio fan quindi mi era sembrato carino seguirlo in questa sua idea di presa in giro dei film di genere. Quando mi ha detto “vorrei che tu facessi te stesso” mi sono prestato volentieri. Devo dire che quando l’ho visto sono rimasto soddisfatto perché è fatto bene, curato, posso non essere d’accordo su certi ruoli però fare delle cose perfette non credo che sia una cosa umana.