INTERVISTA A JOHN SNELLINBERG

Il 13 Marzo, in occasione della proiezione presso il Progetto Rebeldia di Pisa de LA BANDA DEL BRASILIANO, poliziottesco a basso costo con Carlo Monni, realizzato dal collettivo John Snellinberg, abbiamo fatto alcune domande agli autori.

Prima di tutto, cos'è il collettivo John Snellinberg?

Siamo essenzialmente un gruppo di lavoro molto affiatato. Siamo convinti che l'unione possa fare la forza. E abbiamo la fortuna di avere all'interno della John Snellinberg Film persone con competenze diverse e approfondite che ci hanno permesso di realizzare un progetto complesso come La Banda del Brasiliano con relativa facilità e di seguirlo in tutti gli aspetti, dalla preproduzione alla promozione selvaggia. E tutti operiamo e ci muoviamo secondo un'idea di cinema precisa, alla "John Snellinberg". E' un concetto difficile da spiegare, ma John Snellinberg è vivo e lotta insieme a noi!

Dopo il primo lungometraggio "A Bonatty Story" arriva "La banda del Brasiliano". Come nasce questo film?

'A Bonatti Story' era un esperimento girato con una troupe di 2 o 3 persone, con una sceneggiatura di 2 pagine e 140 euro. 'La Banda del Brasiliano', con i suoi 2000 euro di budget, con la troupe di 10 persone, la sceneggiatura di 100 pagine, le 120 comparse al confronto è un kolossal. E' un film che nasce come omaggio al poliziesco italiano degli anni Settanta, per trasformarsi poi in una commedia amara su un problema a noi molto caro, come quello del conflitto o meglio di un "mancato conflitto generazionale".

Sceneggiatura, regia, musica e una miriade di locandine omaggiano il poliziesco italiano degli anni '70, ma "La banda del Brasiliano" non è un vero e proprio un poliziottesco.

Non sarebbe mai potuto esserlo innanzitutto per il budget di partenza! Abbiamo preferito, crediamo più rispettosamente, "giocare" con i cliché del genere - anche grazie a una colonna sonora d'eccezione che è totalmente "poliziesca" - e allo stesso tempo abbiamo "utilizzato" il poliziesco come pretesto per parlare d'altro. Non bisogna dimenticare che, al di là del taglio spesso fumettistico e della violenza esasperata che oggi ci affascina, i polizieschi italiani degli anni Settanta riflettevano le tensioni sociali dell'epoca. Per cui il poliziesco ci sembrava il veicolo ideale per porre alla luce, in modo paradossale e farsesco, alcune contraddizioni del nostro paese.

Parlare di crisi e precariato attraverso un film di genere. Un metodo 'astuto' per portare in modo più diretto questi temi al pubblico?

Più che astuto diremmo "azzardato". L'idea è venuta fuori spontaneamente, perché ci siamo rotti i coglioni del modo in cui i precari e i trentenni in particolare sono presentati nel nostro cinema, tra un call center e un sorriso forzato. I precari di Snellinberg sono in primo luogo incazzati.

Lo slogan del film è un accusatorio "Il problema sono quelli come te" che per chi ha visto il film si può intendere riferito a una particolare fascia della popolazione. Vuol essere in realtà un generico meaculpa verso ognuno di noi? Se l'Italia è quella raccontata nel film è un po' colpa di tutti?

Assolutamente sì. E' uno slogan volutamente ambiguo. Quello che ci premeva era realizzare una commedia che in qualche modo, tra una risata e l'altra, riflettesse l'immobilismo innaturale e pericoloso dell'Italia di oggi. Non volevamo fare un film che fosse ottusamente "contro". Alla fine ci sono più meaculpa nel film che nella storia politica e dirigenziale italiana degli ultimi vent'anni.

"La banda del Brasiliano" critica esplicitamente il cinema odierno e denuncia le difficoltà che ci sono oggi per fare un film, in particolare quelli di genere. Perché secondo voi non si fanno più film di genere e qual'è la difficoltà maggiore che avete incontrato nel realizzare il vostro che, ricordiamo, è stato fatto con 2000€?

In Italia fino a poco tempo fa si discuteva sulla morte del cinema di genere. Oggi, con rarissime eccezioni, si potrebbe discutere sulla morte del cinema in genere. La democraticità di un paese si misura pure nella scelta dei film da vedere. E tra Neri Parenti e Muccino Snellinberg sceglie scheda bianca. Quanto al poliziesco, le difficoltà più grandi sono di ordine legale e logistico. Anche con un budget con un paio di zeri in più filmare un inseguimento vecchio stile sarebbe impossibile. Come sarebbe impossibile trovare un produttore disposto a comprarti 20 auto da distruggere quando può benissimo fare soldi con due adolescenti che mandano messaggini o pomiciano in un tinello. Se non hai Raoul Bova nei panni dell'ispettore di turno puoi scordarti le divise della Polizia. Noi avevamo Carlo Monni.

Come avete coinvolto Carlo Monni? Quanto il Monni ha dato al personaggio, per lui insolito, dell'ispettore Brozzi?

Per convincere il Monni lo abbiamo accompagnato per un paio di chilometri con la sceneggiatura sotto braccio in una delle sue solite camminate alle Cascine di Firenze. Carlo ha apprezzato la sceneggiatura e ha accettato di lavorare a cachet ridotto. I dialoghi di Brozzi erano tutti sul copione, ma Monni ha dato al personaggio una fisicità unica. Si percepisce un dolore e una profondità che porta il film su altri territori...

Tutti i personaggi del film sono a loro modo ridicoli e negativi, a eccezione del personaggio interpretato dal Monni.

Esatto. Ci piaceva l'idea che il pubblico ridesse di tutti tranne che del Monni. Il personaggio di Brozzi è un ponte verso il passato, verso un'Italia diversa, ugualmente contraddittoria certo, ma sicuramente più seria, meno ridicola. E pure verso un cinema diverso.

La vostra passione per il poliziottesco è più marcata nel "film nel film" che poi è il vostro corto "Gioventù, droga e violenza: la polizia interviene". Questo è nato come progetto a se stante o l'avete pensato apposta per integrarlo poi nel film?

Il corto è nato come appendice del film. Inizialmente la nostra idea era quella di girare soltanto un paio di scene da inserire nel film, anche perché avevamo un giorno e mezzo a disposizione. Le scene dovevano essere girate come le avrebbe girate il Brasiliano, per cui è stato Luke Tahiti, l'attore che lo interpreta, a firmare la regia. Tra auto, costumi d'epoca, feticismo poliziesco e violenza senza senso ci abbiamo preso gusto e abbiamo girato abbastanza materiale per un corto. E' stato un fine settimana anni settanta indimenticabile.

Se per fare un film ci sono molte difficoltà, distribuirlo regolarmente è ancora più difficile, se non quasi impossibile. Come vi state muovendo? Dopo Pisa dove andrà il Brasiliano?

Nelle sale non si sono visti gli ultimi film di Jarmusch, Romero, Kitano, Dario Argento. Siamo partiti con la consapevolezza che una distribuzione regolare sarebbe stata impossibile e quindi abbiamo optato per una caparbia autodistribuzione, noleggiando via via piccole sale. I risultati su Prato e Firenze sono stati sorprendenti. Il passaparola specie sul web (attraverso il sito www.labandadelbrasiliano.com e la nostra pagina facebook) ha funzionato benissimo e il film ha riempito le sale. Ora lo porteremo in "tour" per i cineclub e i festival italiani. Abbiamo già contatti per altre proiezioni in Toscana e poi a Roma, Mlano, Pavia... E sono in arrivo sorprese per il dvd...

Cosa farà John Snellinberg dopo questo film?

Dopo un film sull'odio vorremmo realizzare un film sull'amore. Il prossimo film di Snellinberg sarà una commedia sentimentale con inserti musical.