RAMBALDI, L'ARTE DELL'INGEGNO

Oggi si è spento Carlo Rambaldi, per tutta la vita ha fabbricato sogni. Lo faceva con un talento tutto suo mischiando l'arte all'ingegneria, disegnando le sue creature che poi faceva vivere, camminare. La fantasia al servizio della scienza e viceversa. «Qualunque essere di fantasia voi creiate – diceva – deve essere credibile come se fosse stata la natura a crearlo in una evoluzione diversa dalla nostra». Icona di un cinema che non c'è più, un cinema in cui si aspettava di vedere “il mostro” per vedere come era fatto e per immaginare come era “stato” fatto. Non c'è più gusto. Col digitale si può fare tutto, ma non c'è più gusto, si sa che è fatto al computer. Non si può sognare in digitale.
King Kong, gli alieni buoni e quelli cattivi, i mostri di Conan e i vermi di Dune lo resero famoso a livello internazionale, ma era dal 1958 che Rambaldi regalava le sue opere al cinema italiano di genere. Prima nel peplum con il drago di Sigfrido e la medusa di Perseo l'invincibile (1963). Poi incontra Mario Bava e creano il miglior film di fantascienza italiano Terrore nello spazio (1965), il memorabile episodio di Polifemo ne L'Odissea (1968) e quello che è definito da molti il primo slasher movie della storia del cinema, Reazione a catena (1971). Poi si supera con Una lucertola con la pelle di donna (1971) di Lucio Fulci: i suoi cani squartati ma ancora vivi sembrano talmente veri che sarà costretto a portarli in tribunale per far scagionare il regista dall'accusa di violenza sugli animali. Un inconveniente che deve essere stato però un'enorme soddisfazione personale, forse la più grande prima dei tre oscar per King Kong, Alien ed E.T.
Il bambolotto di Profondo Rosso (1975) sarà la sua ultima opera italiana prima della sua carriera hollywoodiana. Lo ricorderemo con grande affetto, anzi con un “affetto speciale”.
(10/08/2012)