Allora, siamo a Genova. C’è un ex sbirro italoamericano – chiamato non fantasiosamente lo Yankee – radiato dall’Interpol per insubordinazione e ingiurie che adesso fa l’investigatore privato. Nella città della Lanterna è stato ingaggiato dalla figlia di un grande armatore, tale Mayer, che è stato rapito (e anche ucciso, lo sapremo poco dopo). La giovane e seducente Mayer – il suo nome di battesimo è Marta – lo recluta per scoprire che fine hanno fatto i sequestratori, suo padre e il miliardo di lire pagato per il riscatto. C’è anche la polizia che si immischia nell’affaire: per la precisione è la Criminale, capitanata dal rude ma in fondo buono commissario Lo Gallo, a mettere i bastoni tra le ruote al nostro private eye. Intanto le indagini dello Yankee vengono ostacolate con una certa veemenza dalla banda del parigino, che cerca di dissuaderlo dal proseguire le ricerche a suon di percosse e raffiche di mitra. Ma il nostro perseverante eroe non demorde e si imbatte in un traffico di stupefacenti che lo conduce a una misteriosa clinica – per entrare nella quale giunge addirittura a bucarsi – dove i drogati vengono incomprensibilmente curati con iniezioni di eroina.
Data l’introvabilità del film, considerate le inaggettivabili condizioni delle copie in circolazione e confidando nel fatto che nessuno vedrà mai Genova a mano armata, di seguito svelo il finale: i lettori che hanno autolesionisticamente intenzione di recuperarlo saltino a piè pari la fine della trama (e già che ci sono saltino anche il finale della recensione, c’è un altro spoiler da paura).
Scoperto (grazie a un foglio con dei disegni geometrici!) che il traffico di stupefacenti è legato alla Mayer, lo Yankee indovina che il sequestro è stato orchestrato dalla bella Marta per sbarazzarsi del padre e “riorientare” le attività della compagnia navale. Segue regolamento di conti finale con tanto di inseguimento per le strade/case/tetti della città e Mayer accoppata.
Premessa: per scrivere questa recensione mi sono sciroppato la versione doppiata in francese (fantastico il titolo, L’homme sans pitié, mica pizza e fichi), di una qualità visiva quantomeno discutibile e della durata di 84/85 minuti contro i 92/95 ufficiali (dati forniti da imdb). Tenuto conto che non vi è traccia di sottotitoli e che l’audio contende alle immagini il primato per la qualità più scadente, immaginate pure il grado di autolesionismo raggiunto durante la visione. Ma per il webmaster si fa questo e altro, che diamine.
Con una premessa del genere, non posso far altro che continuare con i fuochi d’artificio: Genova a mano armata è il capolavoro di Mario Lanfranchi. Non sapendo chi sia costui e non avendo mai visto un suo film prima d’ora, la credibilità di questa affermazione non è tra le più alte, lo ammetto. Ma sfido chiunque a non entusiasmarsi di fronte a un film che stabilisce il record di peripezie in un dato intervallo di tempo: si attraversano i luoghi più svariati (bagni pubblici, squallidi appartamenti, palazzi nobiliari, teatri sperimentali, mercati ittici, circoli di filologia, depositi di container, studi di registrazione, scuole di danza classica e fantomatiche cliniche), ferma restando la rigorosa unità di spazio garantita da riprese in esterni davvero strepitose.
Genova è davvero presenza consistente, con la sua Sopraelevata a fare da tessuto connettivo tra i vari teatri/poligoni dell’azione e il suo profilo architettonico a proiettare sulle rocambolesche vicende dello Yankee (vivacemente interpretato dal pimpante Tony Lo Bianco) un’ombra grigiastra e lurida (poca malinconia, tanto cemento). Ora, al di là dell’improbabilità delle situazioni e dell’implausibilità dell’intrigo (c’è così tanta azione e così tanti colpi di scena che una serie televisiva li conterrebbe a stento), quello che colpisce maggiormente è la chimica tra i vari elementi del film che, per quanto a rischio esplosione, si combinano incredibilmente: non solo i singoli frammenti si incastrano assai bene tra loro (complice l’unità spaziale di cui sopra), ma anche gli attori dialogano con invidiabile spigliatezza, dando al ritmo del film una progressione che finisce per coinvolgere inesorabilmente (figuriamoci poi se si potesse vedere in italiano e in condizioni decorose).
Non mancano le sequenze degne di citazione, ma due sono quelle che non posso esimermi dal menzionare: la prima è quella della sparatoria ambientata tra i camion e i container (location da pelle d’oca e una ripresa esaltante dal lunotto posteriore di un’auto), la seconda è lo sguardo lanciato dal commissario Lo Gallo (un portentoso Adolfo Celi) allo Yankee dopo che quest’ultimo gli ha salvato la vita: un lampo di riconoscenza da brividi. Musiche toste e incalzanti di Franco Micalizzi. SPOILER. Frase finale del nostro dopo aver freddato la Mayer (la svedese Maud Adams): “Peccato, aveva degli occhi così belli…”
Alessandro Baratti |