La decima vittima
fantascienza, col, 92 min.

Regia: Elio Petri

Sceneggiatura: Robert Sheckley, Tonino Guerra, Giorgio Salvioni, Ennio Flaiano, Elio Petri

Attori: Marcello Mastroianni, Ursula Andress, Elsa Martinelli, Salvo Randone, Massimo Serato, Milo Quesada, Luce Bonifassy

Fotografia: Gianni Di Venanzo

Produzione: Italia, 1965

Musica: Piero Piccioni

Avevate mai visto prima Marcello Mastroianni in versione ossigenata? Se la risposta è no, questo è il vostro film. Al di là della facile boutade, è davvero complesso riassumere la fittissima tessitura che sottende la pellicola di Elio Petri. Film che con buona approssimazione può essere ascritto al genere fantascientifico, è in realtà il manifesto estetico di un'epoca, al quale guarderà con vivo interesse lo stesso Mario Bava, qualche anno dopo, quando si troverà alle prese con il suo "Diabolik". Trama desunta dal celebre racconto di Robert Sheckley "La settima vittima", e riadattata da una squadra di sceneggiatori senza bisogno di presentazioni, l'opera più popular di Elio Petri è una parabola nera sugli esiti ultimi della deriva capitalista, oltre che un atto di accusa dalle tinte moralistiche contro la società dello spettacolo.

Ci credereste? Se è vero che Sheckley con il suo racconto preconizzò l'invasione dei reality show, Petri ha dato forma e volti a questo incubo. Una strana coppia conduce le danze del film, intriso di rimandi alla op-art, all'iperrealismo statunitense e all'arte concettuale, ovvero Ursula Andress e Marcello Mastroianni, rispettivamente "il cacciatore" e "la preda" all'interno di un gioco televisivo finalizzato all'eliminazione fisica di uno dei due. La Andress è una cacciatrice sulla soglia della vittoria finale, mentre Mastroianni è una preda indolente ma imprendibile. Su questo assunto di fondo - già di per sé abbastanza inconsueto per l'epoca - si dipana una matassa che tocca un caleidoscopio di generi, dalla fantascienza alla storia di spionaggio, dalla commedia fino a lambire addirittura il western.

C'è chi ha scritto che il finale di questo film è debole e poco efficace. Al contrario. Esso allegorizza in maniera perfetta l'identità sotterranea che troppo spesso accomuna carnefici e vittime nella società contemporanea.

Musiche leggendarie di Piero Piccioni, con almeno un paio di hit tra cui la celebre "Spiral Waltz" (sui titoli di coda cantata da Mina).

Filostrato