L'odore della notte
noir, col, 101 min.

Regia: Claudio Caligari

Sceneggiatura: Dido Sacchettoni, Claudio Caligari

Attori: Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Giorgio Tirabassi, Alessia Fugardi, Francesca d'Aloja, Giampiero Lisarelli, Elda Alvigini

Fotografia: Maurizio Calvesi

Produzione: Italia, 1998

Musica: Pivio e Aldo De Scalzi

Breve cronaca sulla vita di un film anomalo e coraggioso, girato da un certo Claudio Caligari, inventore di uno stile inimitabile, che ha espresso la sua vetta proprio nel suo primo e irripetibile film: "Amore tossico", anno di grazia 1983. Dovranno passare quindici lunghi anni prima che Caligari torni dietro la macchina da presa per realizzare un lungometraggio dai tratti inquieti ed epocali, puntualmente stralciato dalla critica che gli ha imputato verbosità, inesattezza e cattiva direzione degli attori. Ma è possibile esprimere un giudizio puntuale su "L'odore della notte" senza menzionarne mai l'ispirazione di fondo, la continuità genuina e puntuale con il polar francese, il richiamo evidente - e mai banale - a Melville, il calco ben riuscito che Mastandrea riesce a realizzare sulle pose di Delon e Belmondo, con tanto di
evidenze cinefile? Il sospetto è che liquidare un certo tipo di cinema in Italia è sin troppo facile, soprattutto quando poi una pellicola come questa confessa il tentativo di rilanciare il noir nella nostra industria cinematografica, guardando a Pasolini invece che a Maurizio Merli.

"L'odore della notte" - tratto dal libro-inchiesta di Dido Sacchettoni "Le notti di Arancia Meccanica" - racconta le azioni di una banda dell'entroterra criminale romano, guidata da un poliziotto di borgata in forze a Torino. Vite allo sbaraglio segnate non solo da un disperato bisogno, ma dal desiderio di guardare negli occhi e offendere con la rapina coloro che dalla vita hanno avuto il benessere, l'agiatezza, la felicità. La banda di Remo (un colossale Mastandrea) è composto da lupi che si battono la coda sulle costole magre, branco di borgata senza strategia, che nel furto vede un riscatto sociale più che una fonte di ricchezza. Eccellenza masnadiera, ma anche tragico limite di un gruppo di criminali improvvisati in un'Italia che vedeva riempire le pagine della cronaca nazionale da un selvaggio rigurgito di lotta armata.

Colmo di scene degne di culto, come quella che vede il compianto Litle Tony nei panni di se stesso, durante un drammatico colloquio con uno dei rapinatori che lo obbliga a cantare "Cuore matto" portando il tempo con la canna della pistola; oppure quella in cui Mastandrea, novello Travis di "Taxi Driver", abbatte il televisore fracassandolo al suolo.

Da riscoprire e riabilitare, senza indugio.
Filostrato