Red Krokodil
drammatico, col, 80 min.

Regia: Domiziano Christopharo

Sceneggiatura: Francesco Scardone

Attori: Valerio Cassa, Simone Destrero, Viktor Karam, Brock Madson

Fotografia: Domiziano Cristopharo

Produzione: Italia, 2012

Musica: Alexander Cimini

Lungometraggio presentato dalla The Enchanted Architet e diretto dal giovane filmaker italiano Domiziano Cristopharo, solitamente impegnato in horror o comunque pellicole dai contenuti forti.
Nell'occasione il regista, alla sua settima fatica in poco meno di quattro anni di attività, prende spunto dalla terribile droga in voga soprattutto in Russia denominata Krokodil per intessere una storia all'insegna dell'incubo e del delirio.
La krokodil è una sorta di surrogato dell'eroina, che ha il “vantaggio” di essere facilmente realizzabile seppure in grado di sortire evidenti e gravi danni ai tessuti (in alcuni casi si è resa necessaria l'amputazione degli arti). Ricavata dalla codeina, dallo iodio e dal fosforo rosso, questa sostanza rende squamosa la pelle dei consumatori (da qui il nome “coccodrillo”) e provoca emorragie cutanee con disintegrazione di muscoli e carne. Dunque un prodotto a dir poco letale e devastante.

Questa è la base di partenza da cui Cristopharo e il suo sceneggiatore Francesco Scardone sviluppano un film che fa dell'angoscia il suo biglietto da visita. Lo script è abbozzato con tanti temi toccati e pochi in modo esaustivo. A mio avviso il formato del cortometraggio sarebbe stato più funzionale all'idea di partenza. Si sceglie di non ricorrere ai dialoghi (c'è solo la voce narrante del protagonista) e di non mettere in scena più personaggi. Abbiamo infatti un solo attore (il debuttante Brock Madson) che personifica un consumatore di krokodil. Lo vediamo solo, abbandonato, quasi proiettato in un'altra dimensione, in preda agli effetti allucinatori della sostanza. Questa in estrema sintesi la sinossi.
Non ci sono sviluppi o sotto trame, c'è solo spazio per i tormenti continui provocati dalla droga, sia esteriori (ferite evidenti che flagellano il corpo dell'uomo) che interiori (rappresentati dalla voce narrante con passaggi interessanti impregnati di fatalismo, ricordi e sogni, alternati a un desiderio di libertà e di fuga). Persino il montaggio in varie occasioni denota una struttura complessiva non ben amalgamata, quasi scollegata. Si passa da una scena all'altra in quello che può definirsi un vero e proprio trip in cui talvolta non si capisce se si stia passando da un sogno a un altro ovvero se ci si trovi nella realtà.

Cristopharo colpisce nello stomaco lo spettatore dilatando al massimo l'agonia del suo personaggio e facendolo muovere in un contesto ambientale che dire squallido è dir poco. Così lo vediamo vagare in una casa devastata dal disordine e dalla sporcizia, nudo con garze e bende sugli arti oppure indossando un paio di mutande piene di fori.
La componente costituita dalle allucinazioni è il piatto forte attorno al quale evolve la lunga discesa verso l'inferno del nostro e che permette al regista di offrire alcuni momenti horror con creature bizzarre (uomini con testa di coniglio, occhi divini che appaiono sulle mani o su fori presenti nei muri, personaggi con arti da rettile) da cui traspare un certo gusto per la filmografia di genere.

Purtroppo però il tutto non decolla mai, ma resta in background, confinato in una sorta di limbo da sviluppare. Curioso anche il ricorso ad alcuni passaggi simbolici che chiamano in causa persino la figura di Gesù oltre qualche citazione cinematografica (addirittura a Mario Bava).
Il ritmo è lentissimo, troppo a mio avviso. Sono certo che arrivare al termine della visione sarà impresa ardua per uno spettatore medio.
Christopharo, forse, nella messa in scena strizza un po' troppo l'occhiolino a Lars Von Trier (il riferimento va a "Antichrist") senza esser poi capace di ricostruire l'inarrivabile impatto visivo, così come dal punto di vista contenutistico non riesce a garantire quel coinvolgimento di cui, a esempio, sono caratterizzati Trainspotting o Paura e Delirio a Las Vegas (pellicole ascrivibili al medesimo genere).
Non mi sono poi piaciute alcune scelte tecniche: a esempio, le soggettive in esterna denotano la carenza di una steadycam, con il risultato di dar vita a un effetto dal sapore un po' troppo amatoriale (idem per alcune soluzioni digitali in computer grafica). Bello invece il finale e gli effetti speciali vecchia scuola (lattice).

Freddissima la fotografia, probabilmente ottenuta con l'applicazione di un filtro blu e con il ricorso minimo alle luci di scena.
Nota di merito per Brock Madson, sicuramente credibile e ben calato nella parte.
In conclusione una pellicola low budget (si parla di 10,000 euro) destinata a interessare solo un pubblico di nicchia e che non intrattiene minimamente (non vuole farlo) ma angoscia e tortura lo spettatore come poche altre.
Matteo Mancini