Quando le donne si chiamavano madonne
erotico, col, 100 min.

Regia: Aldo Grimaldi

Sceneggiatura: Gianni Grimaldi

Attori: Edwige Fenech, Vittorio Caprioli, Stefania Careddu, Don Backy, Mario Carotenuto, Francesca Benedetti, Peter Berling, Carletto Sposito

Fotografia: Angelo Lotti

Produzione: Italia, 1972

Musica: Giorgio Gaslini

Il triennio 1971 - 74 vide in Italia l'esplosione di un genere cinematografico destinato a divenire in brevissimo tempo - e a scomparire con la stessa fulminea velocità, senza mai più ricomparire - un vero e proprio fenomeno di costume.

Li hanno chiamati "Decamerotici", e l'inconsapevole iniziatore del filone fu nientemeno che Pier Paolo Pasolini, quando condusse sugli schermi il primo capitolo della sua Trilogia della vita, ovvero "Il Decameron". Il film di Pasolini aveva dimostrato come l'ambientazione medievaleggiante combinata con sapienti scene di nudo maschile e femminile rappresentasse una miscela assai gradita al pubblico delle sale cinematografiche italiane. La rievocazione di un tempo mitico, regolato da rigide regole sociali, ma proprio per questo - teso in una sorta di vitalistica reazione - maggiormente aperto al "peccato" e alla trasgressione, legittimava una costante emersione della materia sessuale, quasi sempre intrecciata ai motivi del comico popolare, "boccaccesco" appunto, nella più semplicistica e fintamente ingenua delle accezioni.

L'ambientazione pseudo-trecentesca divenne così allegoria - nemmeno tanto criptica - del perbenismo nostrano, appena uscito dai furiosi contraccolpi di una stagione di rivolte culturali e sociali a dir poco strutturali. La morbosità voyeuristica, l'esibizione del nudo femminile - rigidamente ricondotto al canone imposto dall'immaginario di quegli anni -, la rottura di tabù antichissimi quali il tradimento del talamo e la promiscuità sessuale, trovavano finalmente cittadinanza in film dai titoli evocativi come "La bella Antonia, prima monica e poi dimonia" (Mariano Laurenti), oppure "Beffe, licenze et amori del Decamerone segreto" (Walter Pisani), ma l'elenco sarebbe infinito.

Abili strumenti di "reazione", enciclopedie del sessismo becero e destroide, prodotti prodigio dell'industria cinematografica italiana, i Decamerotici furono la bella ossessione di una breve stagione di cinema nostrano.

Tra questi il film di Aldo Grimaldi "Quando le donne si chiamavano madonne" è un rappresentate canonico, e uno dei meglio riusciti. Sollazzi a spron battuto di Gisippo, Ruberto e Tazio che tra un incontro galante (all'insegna del nudo placidamente esibito) e l'altro si ritrovano ad assistere in quel di Prato a un processo per adulterio la cui imputata Giulia Varrone (Edwige Fenech) cerca di scampare al rogo. Due vicende, due cerchi narrativi che nel corso del film si avvicinano e si allontanano, facendo emergere un gusto per la scrittura che - con tutte le necessarie misure del caso - vorrebbe rievocare certa novellistica d'antan. La missione dei tre giovani gaudenti è una: sedurre il più possibile, in barba a ogni convenzione sociale e religiosa. E così le monumentali Peronella, Francesca e Lucia saranno le prede scelte dai tre cavalieri disposti anche al travestimento femmineo pur di raccogliere l'amato fiore. Il tutto incorniciato dall'altrettanto prode missione della "sapiente" Giulia, che deve dimostrare coram populo l'impotenza del bolso Romildo Varrone, suo marito, e la superlativa potenza di Marcuzio dei Lucani, un fulgido e gigionesco Don Backy, per convincere il giudice della sua innocenza. Ce la faranno i nostri eroi? Per l'epoca un cast d'eccezione, oltre alle musiche di un "certo" Gaslini.
Filostrato